La dentiera. Storia seria. Non si ride.
La stanza è buia. Ci sono già stato. Strano. La stanza di un malato cambia. Le cose, le bottiglie, trovano sempre, non si sa come, la forza di invecchiare. C'è una specie di morte in tutto, ma allegra, leggera.
"Sto morendo", ripete lui, con calma però. Mi dispiace per il cavedano. Il cavedano. Bel pesce, eh? Quando sei lì che abbocca, non abbocca... Una volta un pensiero del genere mi avrebbe messo un complesso di colpa... Come sono maturato!
"Sto morendo", ripete lui, sempre con calma.
È già tardi. Io dovevo essere sul lago prima delle sette. Il cavedano mangia solo dalla sette alle otto. Per fortuna che giù in macchina ho già le canne e i vermi. Una volta, quando vedevo uno che moriva mi commuovevo: "vedrai, andremo con la barca dove il mare è alto in mezzo ai pescecani... Vedrai..." (1) Non lo posso mica portare in mezzo ai pescecani, eh...
Lui muore, e già che sono qui mi metto a pensare, non a lui, alla morte in genere. Cioè, come deve morire uno per essere giusto? Giusto nel suo personaggio. E allora mi vedo davanti Francesca Bertini, attaccata alle tende. Con la tosse. Tisica. Giusta. Henry Miller: cancro. Perfetto. E Albertazzi... tutto bianco, anziano. A Chianciano. E Nazzari, sì, Amedeo Nazzari? Mentre fa un Carosello tutto contornato da giovani. "E allora ragazzi pino silvestre, sì una doccia, basta una doccia..." Pum! E Fellini, Federico Fellini? Sì: il fuoco di Sant'Antonio. Tutto pieno di pus, di foruncoli, bello. Giusto. E La Malfa? Dissenteria. E Robespierre, Erasmo da Rotterdam, Hitler, saranno morti giusti?
La gente riesce a fregarti anche nel modo di morire. Non ho mica le idee chiare sulla morte. Sul cavedano sì, certe moschine, zic!
Macché, lui non si decide. Butta via l'aria, e l'aria ci rientra, maledizione. Intanto, dietro la porta la moglie ci sta spiando. La conosco bene quella lì. È una roba che avrei voglia di andar lì e farle: "bu!". Lei mi fa: "bisognerebbe che gli facessi togliere la dentiera, disturba la respirazione". Generosa, a volte.
"Ma non è meglio che glielo dica lei?".
"No, no, per carità. Da trent'anni so che porta la dentiera non ha mai voluto dirmelo. Lui non sa che io so".
Rientro piano nella stanza. Mi accosto al letto e gli consiglio di toglierla. Con l'ultimo fiato mi risponde "non ho mai avuto la dentiera!". Civetteria. Si è artisti con quel che si trova.
Intanto nel corridoio la moglie è furente e mi rimprovera per la dentiera come se fosse per colpa mia. "Era d'oro, era d'oro, lo so io quanto l'aveva pagata: impalcatura, avvitamenti, articolazioni perfette, con legamenti e lamelle finissime d'oro, di platino... stupenda, preziosa, eccezionale, non ne fanno più così!".
Una bella grana, eh, non sono riuscito a levargliela. Sto quasi per ritentare ma lui rantola, agonizza, sta per chiudere gli occhi.
È finito. Finito.
Temperatura 39.7. Pulsazioni 102. Pressione 60. Umidità relativa 67.52%
È tardi. È tardi.
Il cavedano, ormai...
Giorgio Gaber (seudónimo de Giorgio Gaberscik; 1937-2000) fue un cantautor, dramaturgo, actor, artista de cabaret, guitarrista y director teatral italiano, considerado uno de los artistas más importantes del entretenimiento y la música italiana desde la Segunda Guerra Mundial. Nacido en Milán en una familia de origen esloveno, Gaber se acercó a la música desde joven, actuando en locales milaneses y colaborando con algunos músicos de jazz. En 1960 debutó como cantautor en el Festival de Sanremo con la canción "Il mio nome è", obteniendo un éxito moderado. A lo largo de las décadas de 1960 y 1970, Gaber se estableció como uno de los cantautoras más originales e innovadores de la escena italiana, caracterizado por letras comprometidas y musicalidad experimental. Colaboró con varios artistas, entre ellos Enzo Jannacci y Gino Paoli, y participó en numerosos festivales de música. Entre sus canciones más representativas se encuentran "La canzone del sole", "Il mio amico", "L'uomo che non c'è" y "Non ho paura". Gaber también se dedicó a la dirección teatral, poniendo en escena obras propias y de otros autores. Su carrera artística estuvo marcada por un fuerte compromiso social y político, expresado a través de sus canciones y actuaciones teatrales. Giorgio Gaber murió en Milán en 2000 a los 63 años.
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