I vetri delle stanze hanno una forma rigida e perfetta
e l’uomo e fermo alla finestra,
l’uomo aspetta.
Un grattacielo enorme, una mitologia nascente
e l’uomo guarda in basso dove c’è la strada
e non fa niente.
Adagio, distrattamente, senza angoscia, né stupore,
fa qualche passo nel silenzio delle stanze
copiando gelide e automatiche sequenze,
senza futuro né passato,
probabilmente il tempo si è fermato.
E ancora lui nel semibuio tocca con le mani qualche oggetto
poi lo sposta,
si direbbe senza farlo apposta,
poi pensa distrattamente alla sua storia,
sembra quasi con sollievo,
il suo bilancio è positivo.
Un uomo che nella vita ha sempre usato la ragione,
con la certezza di aver fatto tutto bene.
Adesso abbassa le lussuose veneziane
e aspetta il colpo di fucile della fine.
Ma forse commettiamo un grosso errore
quando si pensa che quell’uomo
aspetta solo di morire,
quando si pensa al futuro della storia,
come l’avessimo già visto
o lo sapessimo a memoria,
quando si pensa a uno sviluppo inarrestabile
e perfetto come fosse Dio,
e lo confesso c’ho pensato anch’io,
piagnucolando per come aveva già ridotto
quel poco che restava ancora del soggetto.
E’ vero c’è un momento in cui ti pare sia finito il tuo viaggio,
hai messo tutto a posto senza accorgerti che stai morendo,
che sei arrivato al capolinea, al termine del mondo.
Ma al termine del mondo per fortuna
le strade sono sempre più di una.
E’ vero abbiam commesso qualche errore
a dir che l’uomo muore,
ma come Diogene, che certo non invidio,
quanto si faticava a riconoscer l’individuo,
un individuo che obbediva alla sua sorte,
ma stranamente non era ancora la sua morte,
e dico stranamente,
per quelli come me che hanno creduto troppo a Francoforte.
Ma al termine del mondo per fortuna
le strade sono sempre più di una.
C’è sempre qualcosa che sfugge alla ragione del presente,
persino l’esattezza e la potenza del sistema,
le abbiamo viste come un mito,
probabilmente esagerato.
C’è sempre qualcosa che sfugge alla ragione del presente,
persino quel residuo di individuo, chi lo può dire che è contratto
non tiri fuori il suo carattere ancestrale
di stare sempre alla finestra col fucile.
C’è sempre qualcosa che sfugge alla ragione del presente,
persino lo sfacelo generale,
magari è solo un giusto ammonimento
e non la fine irreversibile e totale.
Al termine del mondo per fortuna
le strade sono sempre più di una.
Al termine del mondo per fortuna
le strade sono sempre più di una.
E prima di ammazzare un uomo ce ne vuole,
mettiamoci ogni giorno alla finestra col fucile
e l’ultimo bagliore che vedremo bene
non sarà certo il colpo di fucile della fine.
El texto musical AL TERMINE DEL MONDO de GIORGIO GABER también está presente en el álbum Anni affollati (1981)
Giorgio Gaber (pseudonimo di Giorgio Gaberscik; 1937-2000) è stato un cantautore, drammaturgo, attore, cabarettista, chitarrista e regista teatrale italiano, considerato uno dei più importanti artisti dello spettacolo e della musica italiana del secondo dopoguerra. Nato a Milano da una famiglia di origini slovene, Gaber si avvicinò alla musica fin da giovane, esibendosi in locali milanesi e collaborando con alcuni musicisti jazz. Nel 1960 debuttò come cantautore al Festival di Sanremo con il brano "Il mio nome è", ottenendo un discreto successo. Nel corso degli anni '60 e '70 Gaber si affermò come uno dei cantautori più originali e innovativi della scena italiana, caratterizzato da testi impegnati e musicalità sperimentale. Collaborò con diversi artisti, tra cui Enzo Jannacci e Gino Paoli, e partecipò a numerosi festival di musica. Tra i suoi brani più rappresentativi ricordiamo "La canzone del sole", "Il mio amico", "L'uomo che non c'è" e "Non ho paura". Gaber si dedicò anche alla regia teatrale, mettendo in scena opere proprie e di altri autori. La sua carriera artistica è stata segnata da un forte impegno sociale e politico, espresso attraverso le sue canzoni e le sue performance teatrali. Giorgio Gaber è morto a Milano nel 2000 all'età di 63 anni.
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