Giorgio Gaber

Letra Cortesie per gli ospiti Giorgio Gaber

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Cortesie per gli ospiti


Interno – notte

Una camomilla... stasera mi ci vuole proprio una camomilla. Ci ho lo stomaco un po'... No, non è che sto male, ma ogni tanto è bello andarsene a letto presto, non fumare... Ecco, la camomilla mi dà proprio questo senso... sì, mi ripulisce.
'FFFF!'... Bollente. Va be', aspettiamo. Non è ancora mezzanotte. Ho proprio bisogno di una buona dormita. È un po' che non riesco a riposare bene. No, non è che non dormo, è che mi sveglio continuamente...

(qualcuno suona alla porta) Il campanello. Chi può essere a quest'ora. Speriamo bene. (si alza)
(parla al citofono) "Chi è?... Ah, sei tu, Marina... Sì, ti apro." Marina? Va be', con lei non ci ho problemi. Ma cosa vorrà a quest'ora... e senza Alberto, mi sembra di aver capito. Speriamo che non sia successo niente. Stasera vorrei proprio dormire. Ma sì, è un'amica, glielo dico.
"Marina, che ti succede?" Lei mi si butta al collo... molto più affettuosa del solito. Ho capito. Fine della camomilla.
No, è simpatica., Marina, un po' matta... cioè, strana... anche com'è fatta: con quel corpo stupendo, le gambe bellissime, alte, compatte, ben tornite... E poi quel viso... No, di viso non è bellissima. Un po' gonfio agli zigomi, anche qui... sul naso. E la voce? Una voce che non ci sta mica con quel corpo... sì, con quelle cosce... No, non ci sta.
"Vuoi una camomilla, Marina?" Si è seduta e mi sembra nervosa. "Ne vuoi un po'? È calda..."
"Macché camomilla! Dammi un whisky." Non è nervosa, è furiosa. "Non ce la faccio più."
Non ce la fa più. Lo sapevo. Ecco, mi butta addosso di tutto... su Alberto, s'intende. E si scalda, diventa rossa, sale di tono... "E la bolletta del telefono, la bolletta del telefono!..." Non capisco, provo a domandare, ma lei è partita. "È sempre colpa mia, colpa mia, certo, il telefono... Sono io che spendo i suoi soldi. Mi odia, mi odia!"
"Calmati, Marina!" Niente, non si calma. Dev'essere successo il finimondo, credo. Se ne sono dette di tutti i colori.
"Certo, me ne ha dette di tutti i colori. E io non ce la faccio più, non ce la faccio più a vedere quella sua faccia da aguzzino quando conta gli scatti."
"Ma quali scatti, Marina!" Ecco, lo sapevo, riviene fuori la bolletta. "Basta, Marina!... Non è niente. Può darsi che sia cola della SIP..."
E lei: "Ma quale Sip? È tirchio, meschino..."
Sempre stato, questo è vero, lo so.
"No, non lo sai. Ora è di più. È insopportabile, pazzo, mi fa delle scene isteriche, mi ammazzerebbe per il telefono... capisci?... Mi controlla di nascosto, non posso neanche parlare con le amiche, con mia madre. Ma io gliela faccio mangiare, la bolletta del telefono... Che gli vada giù, gli vada giù!"
Manda giù mezzo bicchiere di whisky, e si calma. Meno male. Ecco, ora ha un altro tono di voce. Accavalla le gambe, devo dire sempre bellissime anche in questa occasione, anche quando con quella sua voce sottile, inadeguata mi dice che è proprio finita. Ha deciso: vuole dividersi. Poi, con una tranquillità spaventosa: "Dormo qui da te due o tre giorni e poi in qualche modo farò."
Ahi, lo sapevo. Non bisogna mai fidarsi di quelli che all'improvviso diventano calmi. 'Dormo da te...' Soluzione geniale. "Certo, Marina, per me va benissimo... Ma i bambini? E Alberto?"
E lei: "Non lo voglio più vedere, quel bastardo."
'DRIINNNN!'. Oddio, il bastardo. Non può essere che Alberto. (guarda allo spioncino) È lui. Che faccio? Gli apro? Sono qui con sua moglie... Sì, ma non mica fatto niente!...
"Scusa l'ora", mi fa lui piano. "Ho bisogno di parlarti."
Dio, che faccia, però... un funerale. Non vorrei che vedendola... Devo alleggerire. Devo alleggerire. "Lupus in fabula. Entra, vecchio mio, c'è una sorpresa." Si guardano e... niente: un gelo tremendo. Allora io: "Oooohh!... eccoci qui ancora tutti insieme, come ai vecchi tempi!" (gesto me dire: niente) Patetico. Non è il solito Alberto, sembra quasi un po' gonfio... sì, in faccia. Forse i capelli corti... dev'essere andato dal parrucchiere. Si accascia su una poltrona. Neanche una parola. Lei fuma nervosamente. Lui guarda il tappeto. "Vuoi una camomilla? Non è tanto calda..."
"Macché camomilla!" scatta furibondo. "È roba da finocchi." Come da finocchi? È buona la camomilla. Mamma mia, che belva! Si butta sul whisky con slancio, e giù un bel bicchiere! "No, perché, avanti, che cosa ti ha raccontato?"
E io... "Niente."
"Figuriamoci niente..." incalza lui. "Chissà quella ì cosa ti ha raccontato di me!"
"ma no..." faccio io, "cose da niente, stupidaggini, la bolletta del telefono..."
"Ah, ha avuto il coraggio di parlarti della bolletta del telefono!" Aveva ragione lei, la bolletta del telefono lo manda fuori di testa. "Perché tu non puoi capire cosa c'è sotto la bolletta. Lo sai tu cosa c'è sotto la bolletta?"
"Sì, sì..." dico io, "me l'ha detto... gli scatti..."
"Ve li do io, gli scatti!" Oddio, è già passato al 'voi'. Mi tirano dentro, lo sapevo, mi tirano dentro.
E lei: "Te lo dicevo io che è un taccagno. Una taccagno schifoso!"
"Sta' zitta, cretina!" fa lui. Sì, sì, stai zitta Marina... lascialo parlare, lascialo parlare...
Ecco, lui si sfoga, racconta tutto, arriva al dunque. Lo sapevo che c'era qualcosa... sì, sotto il telefono... qualcosa di grosso... Salta fuori un nome. Lui sostiene che è il suo amante, ne è sicuro. Lei nega, è tenace. Lui s'incazza ancora di più: "Non è tanto per l'amante... è che mi fa passare da scemo! E telefona a Roma tutti i giorni..." Ha ragione, maledizione. Se stava a Gallarate era meglio. "Sì, ci stanno delle ora, al telefono. E io pago, capisci?... oltre al danno, la beffa!" Si ributta sul mio whisky e già una mezza bottiglia. Mai staso così generoso.
Un attimo di pausa, ma non mi illudo: il tempo di riordinare le idee. Ora lei ce le ha chiarissime. Riprende calma: "Vedi, Alberto..." la sua voce come sempre è insopportabile, "devi capirlo. Non si può più andare avanti. È inutile. Dobbiamo dividerci."
Silenzio. Non parla più nessuno. Che si finita? Lui solleva gli occhi verso di me. E io... (gira la testa) Cosa vuole da me? Poverino, forse piange. (gridando) "Avanti!" mi fa, "diglielo tu che fa schifo!" Non piange. Anzi, scatta in piedi come una molla, urla, sbraita, insulta, tira un gran calcio al tavolo. Lo sapevo. Il tavolo barcolla. Mi alzo per salvare la bottiglia... whisky di malto... bevanda da uomini, altro che finocchi, ventimila, maledetti taccagni, proprio qui dovevano venire, non potevano mica giocarsela in casa, macché, campo neutro, gli ci voleva un testimone, un arbitro... E allora ci penso io: "Siete due pazzi!...Fate ridere, fate ridere... Ah, ah, ah, ah!!!!" Niente. La risata li eccita. Anche lei è pronta a scattare. Gliene dice di tutti i colori: Taccagno, imbecille, babbeo!" Aiuto, vuole la battaglia. Ora si insultano all'unisono, non si capisce più niente, fanno a chi urla di più. Per dio, basta, mi svegliano tutto il palazzo! Sono stravolti. Lei ha la faccia sempre più gonfia. Lui smania, è tutto sudato, sbatte i piedi per terra. "Fermo, fermo!...la portinaia..." Che gli frega, non lo ferma più nessuno. Ha la camicia slacciata, e tutti quei peli sul petto. Non gliene avevo mai visti così tanti. Improvvisamente si getta sulla mia libreria, la scuote. "No, per carità, che c'entrano i libri?!..." Macché, è lo sfogo. La scuote con una violenza incredibile. "Aiuto, fermo!" Aiuto, crolla tutto: 'PUTUTUTUTUM!!!' Einaudi, Adelphi, Guanda, Ricci... sì, anche quelli da finocchi... È l'apoteosi. Aiuto, sfasciano la casa... sì, la mia. Lui solleva una poltrona. Che forza gli è venuta: un orango! Lo credo, con tutti quei peli. Digrigna i denti. Gli vedo le vene del collo. "Buono, Alberto!" La poltrona della nonna!" Non gliene frega nulla a lui di mia nonna! E su, in aria. Che spavento! Marina schizza via veloce, con quelle cosce, come fa... Ah, si nasconde ora, l'anguillona, evita, sguscia... ed eccola la poltrona che volteggia, scende, scende...

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Biografia

Giorgio Gaber (seudónimo de Giorgio Gaberscik; 1937-2000) fue un cantautor, dramaturgo, actor, artista de cabaret, guitarrista y director teatral italiano, considerado uno de los artistas más importantes del entretenimiento y la música italiana desde la Segunda Guerra Mundial. Nacido en Milán en una familia de origen esloveno, Gaber se acercó a la música desde joven, actuando en locales milaneses y colaborando con algunos músicos de jazz. En 1960 debutó como cantautor en el Festival de Sanremo con la canción "Il mio nome è", obteniendo un éxito moderado. A lo largo de las décadas de 1960 y 1970, Gaber se estableció como uno de los cantautoras más originales e innovadores de la escena italiana, caracterizado por letras comprometidas y musicalidad experimental. Colaboró con varios artistas, entre ellos Enzo Jannacci y Gino Paoli, y participó en numerosos festivales de música. Entre sus canciones más representativas se encuentran "La canzone del sole", "Il mio amico", "L'uomo che non c'è" y "Non ho paura". Gaber también se dedicó a la dirección teatral, poniendo en escena obras propias y de otros autores. Su carrera artística estuvo marcada por un fuerte compromiso social y político, expresado a través de sus canciones y actuaciones teatrales. Giorgio Gaber murió en Milán en 2000 a los 63 años.

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